Wislawa Szymborska è nata a Kòrnik il 2 luglio del 1923 ma nel 1931 la famiglia si trasferisce a Cracovia dove la giovane frequenta il liceo. Interrotti gli studi per problemi economici, inizia a lavorare presso le ferrovie dello stato riuscendo ad evitare la deportazione in Germania. Comincia a scrivere giovanissima e presto viene coinvolta nell’ambiente culturale polacco. La sua prima raccolta di poesie “Per questo viviamo”, che doveva essere pubblicata nel 1949, non passa la censura perché ritenuta priva di “requisiti socialisti” e vede la luce solo nel 1952. Come molti altri intellettuali della Polonia post-bellica, nelle sue prime opere Szymborska resta fedele all’ideologia ufficiale della PRL ma in seguito ne prende le distanze, rinnegando anche i suoi due primi libri, di uno dei quali ha vietato la ristampa. Oggi è la poetessa polacca più conosciuta al mondo e nel suo Paese i suoi libri raggiungono vendite che superano qualsiasi altro genere di pubblicazione.
“Sono sempre nervosa quando vengo all’Università. Voi non ci crederete ma io non ho alcun titolo di studio”. Con questa affermazione Wislawa Szymborska spiazza gli ascoltatori. E’ una frase che possiamo in un certo senso ricollegare a quanto disse nel discorso in occasione del premio Nobel: “(…) Non ci sono professori di poesia. Se così fosse, vorrebbe dire che si tratta d’una occupazione che richiede studi specialistici, esami sostenuti con regolarità, elaborati teorici arricchiti di bibliografia e rimandi, e infine diplomi ricevuti con solennità. E questo a sua volta significherebbe che per diventare poeta non bastano fogli di carta, sia pure riempiti dei versi più eccelsi – ma che è necessario, e in primo luogo, un qualche certificato con un timbro. Ricordiamoci che proprio su questa base venne condannato al confino il poeta russo, poi premio Nobel, Iosif Brodskij. Fu ritenuto un “parassita” perché non aveva un certificato ufficiale che lo autorizzasse ad essere poeta…”
La poesia di Wislawa Szymborska parla la lingua della semplicità ma all’interno dell’immediatezza semantica vive la complessa realtà umana con le sue contraddizioni, le sue sfide, la sua rassegnazione e la sua coscienza. L’ironia e l’autoironia di cui porta la cifra non sono che il ribaltamento della prospettiva di lettura, il fine “filosofico” che si nutre della quotidiana vicenda antropica.
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